201706.05
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Nel rito del lavoro, interrogatorio formale e prova testi vanno richiesti, a pena di inammissibilità, mediante articolazione in articoli separati e specifici, che non devono contenere, in unico capitolo, circostanze ammissibili e circostanze inammissibili

Il fatto: è quanto ha statuito il Tribunale di Bari – sez. lavoro, con sentenza n. 2615/2017 depositata il 16/05/2017, a firma del dott. Luca Ariola, rigettando la domanda di riconoscimento di mansioni e livello superiori formulata da un lavoratore, nei confronti di una società assistita dall’avv. Roberto Massarelli

Il principio di diritto: si legge sul punto, nella suddetta sentenza n. 2615/2017, a firma del dott. Luca Ariola (che ha fatto proprie in tal senso le eccezioni della società resistente , assistita dall’avv. Roberto Massarelli) che “i mezzi di prova richiesti non sono ammissibili perché articolati in modo assolutamente non conforme alle prescrizioni del codice di rito” e che in particolare: “essi infatti risultano intrisi di riferimenti a circostanze di fatto e, contemporaneamente, e in maniera inscindibile, a valutazioni non demandabili a testi e sulla quali di certo non può esservi alcuna confessione giudiziale… Giova rammentare che le prove per interrogatorio formale e testi, secondo quanto richiesto negli art. 230 e 244 cod. proc. civ., devono essere dedotte in articoli separati e specifici. Ne consegue l’inammissibilità della richiesta di ammissione di prova che non consenta, per la genericità ed indeterminatezza del testo, di individuare i capitoli di prova che rispondano ai requisiti richiesti dalla norme processuali citate, né può essere richiesto al giudice di estrapolare egli stesso detti capitoli di prova (tramite una c.d. “lettura estrapolativa” dell’atto di parte) contrastandovi il principio di disponibilità della prova…Né tanto meno può ritenersi che, a tale difettosa articolazione, possa rimediarsi tramite il ricorso ai poteri istruttori officiosi ex art. 421 cod. proc. civ., dal momento che – come è assolutamente pacifico in giurisprudenza – detti poteri non possono sopperire alle carenze probatorie delle parti, così da porre il giudice in funzione sostitutiva degli oneri delle parti medesime”

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