202006.01
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GLI OBBLIGHI DELLA BANCA NELLA COLLOCAZIONE SUL MERCATO DI AZIONI PROPRIE IN SEDE DI AUMENTO DI CAPITALE SOCIALE

Sono tante le ragioni per cui una banca può programmare un’operazione di aumento di capitale. La decisione della ricapitalizzazione può risiedere, ad esempio, nella necessità di finanziare la crescita della banca sul territorio, con apertura di nuove filiali, oppure può essere collegata ad un progetto di acquisizione, o ancora può trovare giustificazione nella semplice necessità della banca di rendere più performanti i suoi bilanci.

L’emissione di nuove azioni, in sede di aumento di capitale sociale, pone ovviamente il problema della collocazione delle stesse sul mercato. E’ in questa fase, davvero delicatissima, che il piano industriale della banca deve fare i conti con la tutela degli investitori.

L’acquisto da parte del cliente di azioni della banca, in sede di aumento di capitale, costituisce una forma tipica di investimento in strumenti finanziari, a cui si applica il TUF, oltre che la più recente disciplina del MiFID II con cui l’Italia ha recepito da gennaio 2018, la direttiva europea 2014/65/EU.

Il MiFID II ha fissato una serie di principi a cui dovrebbe attenersi l’intermediario, nei rapporti con l’investitore, e che dovrebbero avere assoluto rigore applicativo, nella collocazione sul mercato delle azioni derivanti da operazioni bancarie di aumento di capitale.

Di particolare interesse è l’obbligo dell’intermediario di rendere edotto l’investitore del fatto che egli stia operando, in quel momento, come intermediario dipendente o indipendente. In quest’ultimo caso (se dichiara di operare come intermediario indipendente) si presuppone che non sia portatore di un interesse diretto e concreto nell’operazione di investimento.

Non meno interessante è il principio del c.d. product governance. Il prodotto finanziario dovrebbe cioè già esplicitare, all’atto stesso della sua emissione, sia il suo c.d. target market positivo, e cioè deve essere chiaro “ab origine” quale sia la clientela tipica per quel prodotto, sia il suo c.d. target market negativo, individuando cioè, da subito, la platea di investitori a cui il prodotto non è assolutamente idoneo.

Inoltre l’intermediario è tenuto ad informare preliminarmente l’investitore, in modo chiaro, della facoltà che l’intermediario medesimo si sia eventualmente riservata di operare il c.d. switch e cioè di disinvestire e reinvestire in altri prodotti, nell’interesse del cliente, utilizzando lo stesso capitale iniziale o i suoi rendimenti.

Il MiFID II riserva poi un’attenzione particolare al tema del c.d. not to buy, che comporta l’obbligo per l’intermediario di esplicitare in modo chiaro l’eventuale inadeguatezza dell’operazione, in relazione al profilo del cliente, spingendosi fino a formulare la raccomandazione a desistere dall’investimento.

Non si può dire che la disciplina del c.d. BAIL IN abbia contribuito ad incentivare la collocazione sul mercato, da parte delle banche, del capitale di nuova emissione.

Com’è noto il c.d. BAIL IN, con cui è stata recepita in Italia la direttiva UE 2014/56, è uno strumento giuridico di risoluzione della crisi bancaria, che implica il coinvolgimento di azionisti, obbligazionisti e correntisti, secondo un preciso ordine gerarchico.

La scelta del legislatore di penalizzare maggiormente gli azionisti, in caso di crisi della banca, non può che funzionare come deterrente nella collocazione sul mercato di nuove azioni della banca, nelle operazioni di aumento di capitale.

La disciplina poggia, infatti, sul principio della c.d. gerarchia degli effetti della crisi, nel senso che gli effetti della crisi vanno a colpire dapprima il valore nominale delle azioni, in seconda battuta possono incidere sul valore delle obbligazioni c.d. subordinate, e solo da ultimo, se necessario, possono colpire i depositi della clientela, limitatamente alla parte di detti depositi che ecceda l’importo di euro 100.000,00.

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