202306.29
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Mutuo e tutela del consumatore. La trasparenza bancaria misurata con il “termometro” del TAEG

Accogliendo le richieste dell’avv. Roberto Massarelli, che ha lamentato in giudizio l’errata indicazione del TAEG, in un contratto di mutuo concluso tra banca e consumatore ed ha conseguentemente invocato l’applicazione, in luogo del tasso contrattuale, del c.d. “tasso BOT”, il Tribunale di Bari, con ordinanza dell’11 maggio 2023 – sciogliendo la riserva inizialmente formulata per la decisione – ha rimesso la causa sul ruolo, ai fini dell’integrazione della CTU, chiedendo al perito di ricalcolare il saldo del mutuo con l’applicazione del minimo rendimento BOT.

Il TAEG ha una funzione informativa molto importante nei rapporti bancari, in quanto mette i clienti nella condizione di comparare il costo del finanziamento con quello praticato sul libero mercato da altri istituti.

Nei contratti di credito tra banche e consumatori, l’art. 125 bis del TUB prevede espressamente la nullità delle clausole contenenti condizioni economiche che non consentano la corretta ricostruzione del TAEG, con conseguente applicazione, in luogo del tasso contrattuale, del tasso nominale minimo dei buoni ordinari del tesoro annuali emessi nei dodici mesi precedenti la conclusione del contratto.

Senonché l’art. 125 bis del TUB è rientrato in vigore solo nel 2010, sicché si pone il problema della disciplina da applicare ai contratti di credito stipulati con i consumatori in data anteriore.

La questione va affrontata avendo come riferimento – per i contratti stipulati prima del 2010 – sia l’art. 117 TUB, che si presta a mio avviso ad una applicazione generalizzata nei rapporti bancari, sia il Codice del Consumo che sanziona con particolare severità le pratiche commerciali ingannevoli.

Il tema dell’errata indicazione del TAEG nei contratti di credito conclusi con il consumatore, pone innanzitutto un problema di coordinamento di norme oltre che di successione delle leggi nel tempo. Infatti, solo nel 2010 è stato introdotto nel TUB l’art. 125 bis il quale, al comma VI, prevede espressamente che “sono nulle le clausole del contratto relativo a costi a carico del consumatore che, contrariamente a quanto previsto ai sensi dell’art. 121 comma I lettera E, non sono stati inclusi o sono stati inclusi in modo non corrente nel TAEG pubblicizzato nella documentazione predisposta secondo quanto previsto dall’art. 124”.

Le conseguenze per gli istituti di credito, della violazione di detto obbligo di trasparenza, sono previste, sempre all’art. 125 bis, nel successivo comma VII il quale dispone testualmente che “nei casi di assenza o di nullità delle relative clausole contrattuali: a) il TAEG equivale al tasso nominale minimo dei buoni del tesoro annuali o di altri titoli similari eventualmente indicati dal Ministro dell’economia e delle finanze, emessi nei dodici mesi precedenti la conclusione del contratto. Nessuna altra somma è dovuta dal consumatore a titolo di tassi di interesse, commissioni o altre spese”.

Non sembra dunque esservi dubbio sul rimedio da adottare in caso di erronea indicazione del TAEG per i contratti di mutuo stipulati tra banche e consumatori. In realtà l’art. 125 bis del TUB è entrato in vigore solo nel 2010, sicché occorre verificare la disciplina da applicare per i contratti stipulati in data anteriore.

Una prima soluzione potrebbe essere l’applicazione dell’art. 117 TUB comma VI e VII che espressamente prevede la nullità delle “condizioni economiche praticate” a “tassi, prezzi e condizioni più sfavorevoli per i clienti di quelli pubblicizzati”. Anche in questo caso la norma prevede l’applicazione del tasso nominale minimo dei buoni ordinari del tesoro nei dodici mesi precedenti la conclusione del contratto.

Senonché, a tutt’oggi, la giurisprudenza non è univoca sul punto e cioè sull’applicabilità, nei rapporti tra banca e consumatore, dell’art. 117 TUB, approdando a volte – in caso di erronea informativa sul TAEG – anche a soluzioni di natura risarcitoria e non necessariamente invalidanti la clausola contrattuale ed in alcuni casi indugiando troppo – a mio avviso – su interpretazioni letterali dell’art. 117 TUB.

Mi sembra però che l’art. 117 TUB (si intende per i contratti stipulati prima del 2010) si presti ad un’applicazione generalizzata nei rapporti bancari (che il cliente sia o meno un consumatore) e consenta di arrivare agli stessi risultati che derivano dall’applicazione, dopo il 2010, dell’art. 125 bis TUB, e cioè l’applicazione del tasso sostitutivo BOT.

A prescindere da questa soluzione – in sé già condivisibile – non è difficile individuare, nella disciplina di tutela del consumatore, le norme a cui fare riferimento per arrivare allo stesso risultato. In particolare, l’art. 1469 quater cpc (poi abrogato dal D. Lgs. 206/2005) già prevedeva la necessità che le clausole del contratto, concluso con il consumatore, fossero “sempre essere redatte in modo chiaro e comprensibile”. Con l’entrata in vigore del D. Lgs. 206/2005, all’art. 36 è stata espressamente prevista la nullità delle pattuizioni che prevedono “l’adesione del consumatore come estesa clausole che non ha avuto di fatto la possibilità di conoscere prima della conclusione del contratto”. A ciò occorre aggiungere il disposto di cui all’art. 21 del codice del consumo che definisce pratica ingannevole, in danno del consumatore, quella che “contiene informazioni non rispondenti al vero” afferenti le “caratteristiche principali del prodotto”.

In questa direttiva sembra essersi mossa anche la Corte di Giustizia Europea, che applicando i principi di cui alla direttiva 87/102/CEE ha ritenuto che “tenuto conto dell’obiettivo di tutela del consumatore perseguito da tale Direttiva (che è quello di consentirgli di avere piena conoscenza delle condizioni dell’esecuzione futura del contratto) viola l’art. 4, paragrafo 2, della Direttiva 93/13/CEE, in quanto mancante di chiarezza, la clausola che non consenta al consumatore di avere piena conoscenza delle condizioni della futura esecuzione del contratto sottoscritto, al momento della sua conclusione, e conseguentemente di disporre di tutti gli elementi idonei a incidere sulla portata del suo impegno” (cfr. Corte di Giustizia, Ottava Sezione, Causa C-448/17 del 20 settembre 2018, cit. in Collegio di Coordinamento ABF, Decisione n. 23293/2018).

Tirando dunque le conclusioni di tutte le considerazioni che precedono, può affermarsi che l’errata indicazione del TAEG, implica comunque la nullità del contratto limitata alla clausola che disciplina le condizioni economiche. A tanto si arriva sia sui binari dell’art. 117 TUB che in applicazione del Codice del Consumo.

In questa prospettiva l’applicazione del tasso sostitutivo BOT (per i contratti di mutuo stipulati tra banca e consumatore prima del 2010) finisce per essere una soluzione persino più mite, per le banche, di quella a cui potrebbe pervenirsi applicando la disciplina di maggior tutela prevista per il consumatore, il quale ultimo potrebbe invocare anche la non dovutezza in assoluto degli interessi, quanto meno per i contratti stipulati prima del 2010, e dunque prima della introduzione dell’art. 125 bis.

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